Visualizzazione post con etichetta Angeli Genovesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Angeli Genovesi. Mostra tutti i post

giovedì 23 febbraio 2012

Il Sogno Nel Bidone

Parte il primo laboratorio sognante degli angeli alle fermate di Genova. Saremo impegnati due giorni in compagnia di splendidi bambini a viaggiare con la fantasia. Parleremo dei nostri sogni e dei nostri incubi circa la città che vorremmo. Poi imprimeremo tutto su cartoline, scatoline, foglietti e altre meraviglie estratte dai bidoni, cioè realizzate con materiali di recupero.

Per maggiori informazioni cliccare QUI

giovedì 15 dicembre 2011

Ultimo volo di Angel Man

Stazione Principe di Genova - Ultimo volo

Tre ombre si avvicinano quatte quatte alla fermata della Stazione, sono Angeli ma in incognito, travestiti da umani. E con queste sembianze si indaga per carpire il primo pensiero alla domanda: “Se fossi un Angelo cosa faresti?. . . . .” come se un Angelo avesse una bacchetta magica, come se potesse far miracoli, come se. . . .”Se fossi un angelo porterei la pace nel mondo”; “Volerei per proteggere tutti i bambini”; “Proteggerei bambini, donne, disabili e anziani”; “Ammazzerei Berlusconi” ( e va bhè si annota tutto! ); “Trasferirei l’Equador in Italia”;“Farei in modo che la gente non soffrisse tanto come in questo paese”; “Andrei in Paradiso a trovare S. Pietro”; “ Mi piacerebbe andare a vedere la mamma” ; “Leverei lo schifo che c’è in giro, la violenza. . . “; “Volerei in Giappone”; “Andrei col mio amore”; “Farei del bene a chi se lo merita ma soprattutto ai bambini”; “Porterei la pace nel mondo”; “Leverei l’AIDS, le cose che fanno soffrire e poi . .basta. . . mica son Gesù Cristo!”; “Aiuterei le persone”; “Me ne andrei volentieri fuori dall’Italia”; “Aiuterei chi non vede, chi non cammina, chi non ha una casa”; “Volerei un po’ di qua e un po’ di là”; “Cambierei la piazza completamente ma a voi Angeli vi terrei” ( barista del chiosco di Pza Principe che ci osserva di sguincio divertito tutte le sere! ); “Farei del bene alla gente che ha bisogno, ai bambini, ce n’è tanti soli, senza genitori. . . .” . Quanta generosità da parte delle persone che attendono l’autobus!
Era parecchio tempo che non volevo nei pressi di questa stazione, altri lidi metropolitani richiamavano la mia presenza ma ad accoglierci questa sera un uomo marocchino di 66 anni, Kamel, che ci conosce ormai da tempo e non si perde nemmeno un volo “ Ti aspettavo, nel frattempo ho scritto un libro”, e appoggia nelle mie mani un dono dal titolo “Un angelo che torna” di Danielle Steel. Pensavo di uscire di casa per donare qualcosa al mondo e invece il mondo è riuscito a commuovermi e a sorprendermi ancora una volta! Metto le Ali sulla mia cabina armadio nuvolare ma son sicura che non staranno lì per molto, laggiù c’è sempre qualcuno che ci aspetta. . . . . .

Angel Man.

lunedì 21 novembre 2011

Report 11/11/11 Angelo Tilo

Un clima stravagante ed un vento matto mi accoglie in una mattinata di sole talmente luminoso e intenso da farmi stringere gli occhi per mettere a fuoco l’ ambiente che mi circonda.
Non vedo torri o piazze della mia solita Bologna, ma mare e tante tante case una sopra l’ altra, senza lasciar respiro alle strade. Tantissime strade una sopra l’ altra come se una fosse da pilastro all’ altra, come se l’ una fosse di vitale importanza per l’ altra. Gru rosse e bianche che spuntano in questa unica macchia di costruzioni colorate e alla fine della macchia…. Il mare?!?
Ma dove sono e come ho fatto ad arrivare fin qui?
Genova?!?
E’ stato il vento forse a portarmi qui? E perché?
Forse non tutto accade per niente, forse c’ è un motivo speciale della mia presenza qui!!
Forse.. forse.. forse.
E’ inutile farsi domande, ormai ci sono! Buttiamoci!
I terrestri di qui sono diversi da quelli di Bologna, non di aspetto, si intende!!
Con il mio solito costume da “ copertura terrestre” mi perdo nelle vie che erano invisibili dall’ alto e con il naso all’ insù e lo sguardo molto interrogativo vengo individuata da tante persone del posto che, preoccupati per me, mi chiedono cosa sto cercando e mi svelano i segreti di una città che ancora non conosco ma che conoscerò presto e che, alla mia futura partenza, ne sentirò subito la nostalgia.
Ed è in un luogo dal pavimento rosso e con il tetto talmente vicini al cielo azzurro da toccarlo con un dito che incontro… Luciano, un Angelo del fango, che mi racconta una storia molto triste sulla città.
Da poco l’ argine del fiume si è rotto per le forti piogge provocate dall’ Omino della Pioggia, che questa volta si è addormentato per molto, molto tempo, dimenticandosi di chiudere i rubinetti del cielo, provocando disastri quasi irreparabili e aprendo a sua volta altri rubinetti… Rubinetti delle lacrime delle persone che si sono viste portare via macchine, case ed i loro cari.
Questo dolce Angelo del Fango è venuto da Imperia per aiutare quella gente a riparare, o per lo meno, a provare a riparare, i danni. Un Ligure brillante, simpatico ed intraprendente che ci impegna le poche giornate passate a Genova con il suo colorito senso dell’ umorismo e con il suo luminoso sorriso che ti promette sincerità e fiducia.
Ma prima il dovere e poi il piacere!
E’ sera.. e mi ritrovo in una strada che non conosco e che chiamerò la Galleria del Vento.
Ma per quanto vento ci possa essere, sono talmente fortunata che in 10 minuti terrestri mi ritrovo in Senegal, al caldo, in un villaggio vicino al deserto ma baciato dal mare. Su una piccola barca di legno un uomo anziano ed un bambino stanno pescando e nel volto del piccolo leggo l’ impazienza dell’ arrivo della sera, per poter gustare quel pesce appena pescato intorno ad un fuoco insieme a tutta la sua famiglia.
L’ autobus n° 9, mi viene a prendere il terrestre, riportandoci in modo un po’ brusco alla fermata della galleria del vento… Addio calduccio!!
Ma subito dopo incontro un ragazzo del Marocco che in modo spettacolare si mette a parlare con me in una cadenza genovese perfetta. Questo mi fa sorridere perché mi rendo conto che veramente tutto il mondo è paese.
Fino a qui tutto bene… fino a qui tutto bene… fino a qui tutto bene!
Visto che gli autobus continuano a portarmi via i terrestri, provo a farmi portare via anche Io!
Ma qua gli autobus sono diversi da quelli di Bologna, sono tutti colorati, nuovi e confortevoli con super- cuscini e tanta gente!
Un ragazzo inizia a fare indovinelli divertenti che oramai impegnano buona parte dei terrestri sull’ autobus. E’ qui che incontro Sumo, lui ci vive sugli autobus, và avanti e indietro tutta la notte, e non è un’ autista!
Ma ora l’ odore ed il sapore del mare è forte e mi avvolge come un lenzuolo invisibile riempiendomi di eccitazione e curiosità.
Siamo al porto!
Navi, battelli, tappeti di legno e… tanti fratelli e sorelle Angeli! Che belli! Ecco chi è stato a chiamarmi.
Davanti al porto si divertono a giocare con birilli, palline e diablo, facendoli provare ai passanti e …anche a me!
Un altro Angelo speciale invece guarda le stelle “ le nostre strade maestre”. Lui vuole molto bene alle stelle e sicuramente questo amore sarà reciproco. Probabilmente anche loro lo osservano dall’ alto con grande ammirazione.
E così, da persona a persona, da umano a umano, la serata si affievolisce e alla fermata in riva al porto restano racconti e risate che riempiono l’ aria come una nebbia fine e leggera che galleggia per poi disperdersi nei cuori di questi cari amici umani.
Ma non nei vicoli.
Negli stretti passaggi di una città che narra senza bocca e accarezza senza mani piccoli locali si animano di persone di tutto il mondo per incontrarsi e scambiarsi bicchieri di joie divertendosi con spensieratezza, per conoscersi e .. non lo so!!
Il mio tempo è scaduto e la mia nuvola mi chiama.
Il costume da Angelo incognito sparisce e mi spuntano le ali per riportarmi a casa.
Ora quello stesso vento che mi ha portato fin qui con forza mi porta via, con la nostalgia sospetta di quando sono arrivata saluto dall’ alto questa splendida macchia di costruzioni colorate, le sue gru, il suo mare e le sue splendide persone.


Piccola dolce e caotica Genova
che con i tuoi segreti
nascondi persone così care e speciali
agli occhi del cielo.
Perché la tua gelosia e possessione
nei confronti dei tuoi terrestri è così lecita?
E noi Angeli
che riusciamo a svelarti lasciandoti nuda
agli occhi di chi ti vuol sentire,
noi Angeli che mescoliamo le nostre piume
di mille sapori diversi
ma che insieme sprigioniamo un gusto unico
come l’ AMORE!


Angelo Tilo

Report Angelo Giacomo

Sabato sera io e AngeloAli siamo stati accompagnati dal millenario Angelo Floppy nel primo nostro volo di prova. I più esperti ci avevano già raccontato di una strepitosa umanità che le persone usano tenere nascosta ma che spesso non riescono a occultare alla vista di un angelo. Noi, che fino a quel momento non avevamo mai mostrato le nostre ali, accontentandoci di confonderci con le altre persone, faticavamo a crederci. Avevamo già utilizzato gli autobus in giornate troppo ventose per svolazzare tranquillamente da una parte all’altra della città ma mai ci eravamo accorti di questa umanità spesso nascosta dietro la copertina di un libro, intrappolata da un paio di cuffie o semplicemente oppressa da tante espressioni prive di sorriso, incapaci di accoglierla.
Quella sera tutto è andato diversamente, mostrare le nostre ali è stato sufficiente ad attirare l’attenzione di tutte quelle persone con una voglia di comunicare sfrenata, alla ricerca di qualcuno disposto ad ascoltarli in una gelida serata autunnale. Come qualcun altro ha avuto modo di osservare in precedenza, noi angeli non siamo che un catalizzatore di umanità. Le nostre ali funzionano un po’ come una calamita, in grado di attirare a sé tante storie, poesie, desideri e, inutile nasconderlo, anche tanti lamenti che, gli uomini, per qualche motivo a noi ancora ignoto, preferiscono solitamente tenere per sé. L’incredibile forza di attrazione delle nostre ali ci ha così permesso di incontrare i personaggi più disparati che ci hanno tenuto compagnia e ci hanno avvolto con quella umanità di cui eravamo disperatamente alla ricerca.
Una numerosa famiglia ecuadoriana ha avviato la serata riscaldandoci un po’ con il calore e la poesia della propria terra. Poco dopo un gruppo di amici provenienti da quei paesi compressi tra il deserto ed il mediterraneo ma ora perlomeno non più oppressi da dittatori senza scrupoli, ci ha esplicato una filosofia di vita molto affascinante che consiste essenzialmente nel non lamentarsi mai, poiché dire che le cose non vanno come dovrebbero, a quanto pare, non aiuta a risolverle. Uno di loro in particolare, scappato dalla guerra che sta distruggendo il suo paese, ci ha raccontato che anche qui in Italia sta affrontando diverse difficoltà e che è molto preoccupato per i suoi parenti ed amici ma, nonostante tutto questo, ci ha regalato più sorrisi di quelli che solitamente ci vengono rivolti in una settimana intera. Abbiamo poi scherzato un po’ con uno dei suoi amici che sosteneva di essere il cugino di un certo Gheddafi e che mostrandoci il trolley che portava con sé ci ha raccontato di essere riuscito a scappare appena in tempo dal suo paese, anche se, a giudicare dalle risatine dei suoi compagni di ventura, probabilmente la storia non è andata proprio così.
Nel frattempo autobus carichi si svuotavano di ragazzi che si preparavano ad una serata in centro e autobus vuoti si riempivano di donne e uomini esausti dopo una lunga giornata di lavoro, qualcuno troppo stanco per parlare e qualcun altro troppo stanco per stare zitto. Proprio come quel uomo che ci si è avvicinato come se gli avessimo dato un appuntamento e pochi minuti dopo ci stava raccontando di come quel suo lavoro gli sta stretto e di come allo stesso tempo è costretto ad accettarlo in silenzio perché un giovane umano ha bisogno di quello che lui guadagna, mentre sua moglie non riesce a trovare lavoro per via di un accento un po’ troppo esotico. Ci ha poi raccontato quanto lo faccia arrabbiare dover passare ogni sera, mentre torna a casa dal lavoro, davanti a decine di ragazze costrette a fare della strada la loro vita o a tante altre persone rannicchiate in un angolo di marciapiede cercando di sconfiggere il freddo. Non riusciva a capacitarsi di come si potesse permettere che delle persone vivessero in tali condizioni, cercava spiegazioni e noi angeli naturalmente non gliele abbiamo sapute dare, poiché questo è proprio uno di quegli aspetti della società degli umani che meno riusciamo a comprendere. Altri discorsi sono seguiti ed alla fine ci ha salutati poiché sperava di poter trovare ancora la moglie sveglia, per bere una cioccolata calda prima di dare il bacio della buona notte a quel bimbo per cui gli tocca lavorare tutto il giorno ma che raramente riesce a vedere quando è sveglio. Quel bimbo per cui sta mettendo da parte dei soldi, sperando che una volta cresciuto, avrà voglia di seguirlo in un paese dove le belle ragazze non hanno bisogno di lavorare sulla strada per sopravvivere. Noi gli auguriamo che un posto così esista ancora tra qualche anno o, ancora meglio, che quel giorno anche qui suo figlio possa avere un futuro migliore di quello che adesso lui teme. Poco dopo un altro uomo, affascinato dalle nostre ali, ci ha approcciato parlando di amore che sconfigge la paura e di cellule risvegliate in grado di far rivivere un organismo malato. Ci ha raccontato di un libro che parla di umani in grado di volare, proprio come degli angeli o delle aquile, se solo riescono a capire di non essere delle galline. Ci ha salutato con un abbraccio, stile giocatori di rugby e si è allontanato nella notte. Non sembrava interessato agli autobus, probabilmente era anche lui alla ricerca di calore umano in quella fredda notte.
La nostra serata è si è poi conclusa con le poesie di una vecchia signora, le canzoni napoletane di un emigrante nostalgico e le massime di un mendicante che, da quando gli spazzini vengono chiamati operatori ecologici, preferisce farsi chiamare artista di strada.
Quello che ci avevano detto era vero, dietro tutte quelle facce stanche ed annoiate c’è un fiume di racconti, di esperienze e di poesie pronti a riscaldare anche la più gelida serata invernale se solo attratte da un paio di ali, o da un sorriso.

Dalla Mia Finestra by Angel Step

Quando ero piccolo guardavo dalla finestra della mia stanza e vedevo le montagne di fronte, una vallata nel mezzo tutta verde con poche e sconosciute case, e un orizzonte che lasciava intuire un mondo immenso e da scoprire.
Poi sono partito. E ho incontrato tanti altri orizzonti. Ma ogni volta c'era sempre qualcosa più in là, qualcosa che lasciava intuire un mondo immenso e da scoprire.
Sono partito. E ho conosciuto tante altre persone, ho potuto guardare dalle loro finestre. Ci ho visto tante cose, e ogni volta era immenso lo stupore nello scoprire nuovi orizzonti.
Allora ho indossato un paio d'ali e ho così avuto accesso alle finestre di persone che non avevo mai incontrato prima. E sono rimasto a bocca aperta.
Cos'è una finestra? Un buco in un muro certo, ma anche un occasione nuova, una corsia preferenziale verso l'esterno. É preferenziale perchè la si può valicare solo con gli occhi, a volte con il cuore. “Da casa mia si vede un abbaino, e il tetto della casa” (Biagio, Genova), “io vedo la lanterna”, “vedo un po' di montagne”, “un albero di nespolo, con il rumore del tagliaerba” (Michele, Romagnano di Grezzano), “la mattina spesso c'è un forte cinguettio”, “alcune domenica mattina c'era la tromba registrata della caserma lì vicino” (Fabio, Verona), “sentivo in lontanaza il rumore di una macchina ogni tanto che passava” (Genova), “a Nervi sentivo l'odore del pitosforo”, “odore di caramelle” (Mosca).
Scopro che oltre agli occhi anche l'udito e l'odorato hanno questo potere, possono valicare le frontiere del ricordo. Mi chiedo: ma dove è rimasto il cuore? Il mio ha lasciato tracce indelebili sugli stipiti della mia finestra (sangue?), anche ora che hanno costruito altre case di fornte alla mia, intaccando indelebilmente la coerenza tra i miei ricordi e la realtà corrente.
Il cuore l'ho incontrato nelle parole di tante persone per le quali la finestra è occasione di libertà e ampio respiro. “Vedo il sole” (Flor Ramira, Repubblica Dominicana), “dalla mia stanza vedo la campagna e odore di erba” (Enrique, Ecuador), “dalla mia camera vedo mare e montagne”, “vedo il treno che passa”, “vedevo la campagna dalla cucina e potevo spaziare mentre lavoravo” (Rapallo), “io sento il vento che soffia” (Genova).
Ma per qualcuno la finestra è stata o è un'apertura verso un problema, un fastidio, un grattacapo: “io vedo gli aerei e li sento” (Linate), “dalla finestra di camera mia sento le macchine che non mi lasciano dormire” (Adinna, Genova), “vedo il traffico, poco perchè a S.Quirico non c'è nessuno”, “dalla stanza vedo l'Italsider” (Cornigliano), “dalla finestra sento l'umidità” (Genova). C'è anche chi ha peggiorato la propria situazione con gli anni, “profumo di erba tagliata, adesso odore di tubi di scarico”, “a casa mia vedo un palazzo mentre da bambina c'era il gatto che mi aspettava” (Genova). Si stava meglio quando si stava peggio. Qualcosa è cambiato, ma solo negli occhi o anche nel cuore?
Qualcuno riesce a viversi positivamente situazioni di possibile disagio, forse perchè da bambin@ è riuscit@ a lasciar correre il cuore dietro alla magia di quei mondi sconosciuti. “Vedo una ferrovia dismessa”, “dalla mia finestra sentivo il rumore dello straccivendolo, che scaricava e l'arrotino che affilava” (Genova), “quando ero piccolo c'era un'industria tessile che faceva un rumore forte e chi veniva a trovarci ci diceva -come fate a stare con sto rumore-...noi neanche ci rendevamo conto”, “quando ero piccolo c'era un fiume dove giocavo coi miei amici e un giorno alla settimana si tingeva di colore perchè c'era una fabbrica di vernici che lavava le cisterne. Per noi era una magia, tutti i venerdì, aspettare senza sapere di che colore sarebbe stato” (Mignanego). Ricordate? Si nascondevano anche dietro le mie montagne, oltre alla vallata verde, oltre alle case che ora tormentano la vista, con la sua voglia di lanciarsi a capofitto come soffio di vento di montagna.
“Dalla mia finestra sento il silenzio e ricordo le sbarre alle finestre, la gente mi diceva -fai il bravo sennò vengono e ti portano via-”. Infatti “ora vivo su una panchina e non ho più finestre” (Kamel, Tunisia). Quegli occhi, quelle orecchie, quel cuore forse aveva bisogno di spaziare. Quattro mura e un buco erano troppo poco per lasciar uscire l'urlo, la voglia di libertà, il bisogno di sentire l'aria sulla pelle. Ecco allora il nostro amico a dormire su quella panchina. Voi cosa vi eravate immaginati? Che fosse un barbone? Uno che ha fallito? Uno che ha perso tutto? Chissà, invece forse ha raggiunto il suo primo traguardo. Ora? Deve guardare avanti per vedere il suo prossimo obiettivo, che forse non ha mai neanche visto dalla sua finestra, ma forse lo vedeva quando aveva gli occhi chiusi. Boh, non ci è dato saperlo, siamo angeli mica indovini.
“Profumo di alberi, fiori” (Nigeria), “dalla mia finestra di Avignone vedo un alberello che mi fa sentire a casa” (Christoff), “mi immagino a letto ad ascoltare Pink Floyd”, “sento i ragazzi che giocavano in cortile e io scendevo con loro” (Napoli), “io mi svegliavo alle 5 a studiare, c'ero io con Bob Marley che anziché studiare scrivevo al ragazzo che mi piaceva” (Genova). Le nostre finestre ci hanno visto crescere, sanno tante cose di noi, sanno come renderci felici, a volte semplicemente facendoci vedere il lato bello della vita: “sentivo le urla delle madri che chiamavano i loro figli come un concerto” (Luca, Sicilia), “osservazione di chi passa, guardavo in particolare quelli che erano allegri”, “dalla mia stanza vedo un albero di fichi”, “io vedo un grande albero di castagne”.
C'è qualcuno che è arrivato a quell'immagine, quell'odore, quel suono, tanti anni dopo, perchè dentro lo stava inseguendo, anche se non lo sapeva. E c'è chi ci sta lavorando. Un lungo filo che ci riporta inevitabilmente a quel punto, a quell'ombelico. Corri corri, non sai dove vai, poi all'improvviso senti che c'è qualcosa messo nel posto giusto. Fermati, osservalo, tienilo con te. Ti riporterà a casa quando ti perderai.
“Immagino io bambino che gioco e piango”. Crescere ha il suo costo.
Beato chi dentro la finestra del suo cuore ha ritovato la via, o se stesso. “Dalla finestra vedo la luce” (Algeria). “Io vedo una scritta io sono Dizzy, che poi è il mio nome”. Beato lui, si è autografato il panorama, si è personalizzato la visuale, saprà sempre dove guardare quando si sentirà solo, perso, triste.
Dalla mia finestra cerco me stesso e dalle vostre ho contemplato il mondo, ho gustato i vostri ricordi e ho accarezzato i vostri sogni. É stato un bel viaggio, qual'è il prossimo?

martedì 8 marzo 2011

TORNANDO A VOLARE

Sarah Angela e Angelo Andrea scendono lungo Via San Lorenzo con le Ali incerte e palpitanti: è l’emozione e la paura dell’attore che non sale sul palco da un po’ e non sa più se reggerà la scena. Cerchiamo di distrarci, facciamo a gara su chi è reduce dalla giornata più faticosa, respiriamo a pieni polmoni un’aria carica di euforia, smaniosi di scoprire come ci accoglierà Genova, dopo tanto tempo. La prima risposta ci piomba addosso come una simpatica beffa: il nostro camerino (una vecchia cabina telefonica adiacente alla fermata di Caricamento) è stato divelto. Non esiste più, lavori in corso. Ci scappa da ridere, il messaggio è inequivocabile: da stasera i vecchi punti di riferimento non valgono più, partite dal vostro smarrimento, vi darà più forza che qualsiasi rassicurante tracciato di briciole.

Non facciamo in tempo a metabolizzare, che una tromba d’aria ci prende per le ali e ci trascina via, in un viaggio più lungo e per terre più lontane, forse, di quanto fossimo pronti a scommettere.
Sul primo autobus due strani figuri ci chiedono chi siamo, con la bonarietà un po’ rozza di chi forse a questa domanda non ha mai saputo rispondere. “Noi siamo angeli” - “Ah sì?? Noialtri ci abbiamo provato a bussare lassù, ma ci hanno rimandato indietro con un calcio nel sedere. In realtà neanche quaggiù ci hanno voluto. Non siamo abbastanza buoni per il Paradiso e non siamo abbastanza cattivi per l’Inferno. Solo in via del Piano 2 ci vogliono.” Attaccano a parlare di giustizia e di leggi, umane più che divine, di carcere e di processi: mostri ciechi e autocompiacenti che sanno inghiottire solo prede facili e innocue, trascurando le vere cancrene di una società che non va certo a rotoli per colpa di cristi come loro. Il Gatto e la Volpe giocano a palla con l’indignazione come il cielo e gli inferi giocano a palla con loro, coinvolgendo le nostre menti in una Maratonda di pensieri gravi e irrisolti. Neanche il motore del bus in partenza varrà ad arrestare quel cerchio frastornante di ingenui ammonimenti: stanno per partire, ma a fine serata li rivedremo scendere da quello stesso autobus su cui si erano allontanati. Forse, lì dove erano diretti non li avevano voluti. “Comunque siete una bella coppia, siete fidanzati?” - “No, gli Angeli non si fidanzano!” - “Ah. E di cosa vivete??” Hanno ragione, che discorsi! D’amore si vive, d’amore si vola.

Tre ragazze ci richiamano dal nostro temporaneo stordimento, con la freschezza e l’entusiasmo di cui avevamo bisogno. Tra coriandoli, caramelle e risate generose scatta la caccia ai ricordi: di quando Erika è caduta dalla bicicletta procurandosi una piccola cicatrice al sopracciglio sinistro, di quando Angela ha rubato la sua prima sigaretta al pacchetto di Benson Gialle di sua madre. Deborah ci presenta poi un suo amichetto che le ha appena raggiunte: Jonathan, sedici anni, nato a Palermo e arrivato a Genova quando di anni ne aveva quattro, “il perché lasciamolo stare, brutte storie”. Hanno fatto amicizia nientemeno che sull’autobus, muovendo la testa a ritmo di musica e scambiandosi risate d’imbarazzo: la verità è che noi Angeli scendiamo tra le persone per riscoprire ogni volta che le ali in spalla le abbiamo tutti.
Dobbiamo solo averne cura e non permettere a nessuno di tarparle.

Un uomo, sudamericano, ha subito gravi danni alle sue ali, e gli effetti collaterali sono micidiali. Si volta a guardare sprezzante la stretta di mano tra noi e Samba, un ragazzo africano che ha risposto con gioia al nostro primo cenno. Quando tento di estendere il saluto anche a lui, la reazione è una sferza: “So benissimo, signorina, che lei adesso mi saluta perché è vestita così e siamo davanti a tutti. Ma se la incontro domani o tra vent’anni per la strada, lei non mi saluterà e non mi riconoscerà. Io odio Voi, la vostra finta nobiltà. Mi dispiace ma è così, voi italiani siete questo, siete falsi e mafiosi. Il mio nome? E’ troppo difficile, non glielo dico. Ho fatto il conto: sa quanti giorni della mia vita ho persi per spiegare il mio nome agli altri senza venirne a capo? Centoventidue! Non ne sprecherò un altro.” A nulla valgono le proteste di Samba (“Se qualcuno mi saluta io lo saluto!”), né il mio agguerrito proposito di placare i sentimenti di quell’uomo. La donna per cui è venuto in Italia l’ha tradito; il negozio che era riuscito ad aprire, è stato costretto a chiuderlo a causa delle richieste di pizzo. “Sì, anche qui a Genova, altro che sud!” La sua voce avrebbe un suono calmo e garbato, a non capire le parole affilate che scaglia, ma quegli occhi sottili puntati su di noi stillano un odio e un disprezzo tanto intensi, che non riusciamo ad arginarne il corso. Il bus è partito, io vorrei aspettare la fine di quell’invettiva furiosa, perché tutti i sentimenti meritano accoglienza. Ma la fine non arriva e alla seconda fermata Angelo Andrea mi ricorda che dobbiamo scendere. Saluto l’uomo che il suo nome è stanco di dirlo, lui mi guarda col trionfo negli occhi, perché vede nella nostra fuga apparente la conferma di ogni sua parola. “Sì, certo, dovete andare. Andate, andate!” Non ho fatto in tempo a smentirlo. Strada facendo raccolgo la rabbia, pensando per la prima volta a quale onore e quale onere sia, essere un Angelo Italiano.

Un po’ malconci e doloranti saliamo sul terzo bus della serata, senza immaginare che anche qui sopra rimarremo a partenza effettuata, per due o tre fermate. Il tempo che Joel si tolga gli auricolari dalle orecchie e possa scrivere sul mio quaderno di volo una sua poesia, in spagnolo, che arriva dritta al punto:
Se un giorno hai bisogno di ammazzarmi
Non hai bisogno di un pugnale
Né di mandare qualcuno ad uccidermi
Se soltanto mi dirai ti odio
La mia morte sarà fatale.
Queste parole, provvidenziali, piovute dalla penna di un ragazzetto vispo e irriverente, lasciano senza fiato noi due Angeli di mala fede: non ci eravamo ancora arresi all’idea di essere capitati in un luogo e in un tempo stregati, dove la nostra apparizione alata non era che una delle tante, in mezzo a uno stormo molto più vasto di quello che ci ha partoriti.

Rifiuto e calore ci inseguono, in un vortice di incontri che si parlano tra loro, e noi non possiamo che stare al gioco, polmoni gonfi, orecchie tese, piume sudate nonostante il freddo gelido. Un altro viaggio ci attende, questa volta su invito di Davide: “Dai, salite con me, questa sera voglio offrirvi da mangiare.” Gli Angeli non mangiano in servizio, ma lui ci vuole al suo fianco e noi lo seguiamo fino a Dinegro: nel frattempo un’altra pagina del quaderno si riempie, con una mano gigante che incide sul pianeta Terra le iniziali “S. A.” (Sarah Angela), e con altri versi, “di lacrime e di sorrisi perduti”. In un primo momento, Davide ci ha rivolto sguardi e parole compassionevoli: “Per andare in giro vestiti da Angeli vuol dire che non avete proprio niente da fare. Quanti anni avete? Di che quartiere siete?” Da dove viene lui, non c’è posto per certi sognatori. “Non pensate male, io sono buono, ma tanto il mondo non apprezzerà mai la gente come voi. Non arriverete mai da nessuna parte.” Mentre lo dice, guarda i nostri occhi come guardandosi allo specchio, e questo basta a chiarire l’equivoco: lo scherno malinconico a cui sottopone noi e se stesso cela una comunanza d’anime più profonda e più fertile del terreno arido su cui è abituato a camminare. Thor è il suo nome d’arte, è perito chimico ma lavora come operaio e buttafuori, addestra cani a cui dà i nomi delle divinità greche, ci parla di mitologia scandinava, scrive poesie e rimpiange tra i denti di non essere nato “con il culo al caldo”. “Come Moreno, lo conoscete?” - “Sì, lo conosciamo” (bugia) - “Ecco, è sempre stato sul cazzo a tutti”. Io e Angelo Andrea annuiamo comprensivi, a quanto pare Moreno è il nome di chi fa girare il mondo nel verso sbagliato, tanto basta per conoscerlo, e conoscendolo lo si allontana.

Una bella scarpinata ci aspetta per tornare al nostro posto di combattimento, un senso di vertigine accompagna i nostri passi. Siamo saturi, increduli, storditi. Fortuna che a Caricamento arrivano i rinforzi: Angelo Floppy chiude il volo con noi in bellezza, giocando, ridendo e suonando, in compagnia degli ultimi passeggeri della serata.
Solo quando scocca la mezzanotte, ricordo di avere un occhio verde disegnato sulla guancia. Quella mattina mi ero svegliata con la congiuntivite, e avevo paura che due occhi malconci non mi bastassero per volare ad alta quota. Peccato che me ne fossi completamente scordata. L’avevo lasciato lì in disparte, a spiare la serata a mia insaputa. Sarà mica stato lui a smuovere quel turbine di vite attorno a noi? Svelato il mistero…Per un istante lascio aperto solo lui, affidandogli così il bottino di ricordi raccolti.

Sarah Angela

mercoledì 8 dicembre 2010

L'acchiappasogni? É già un inizio.

E poi dicono che i sogni non esistono più...
Ma noi, angeli delle fermate, ne abbiamo trovati, parecchi, e di tutte le fatture, grandi, piccoli, corti, lunghi, grassi, magri, tondi, blu, lisci, appuntiti, terreni e celestiali.

Inizia la serata Luna, bimba, un sorriso grande grande stampato sul visino. Passa con la mamma vicino alla fermata e, nonostante non stiano aspettando il bus, Luna non perde l'occasione di confidarci il suo desiderio: tre libri di Scubi-doo e di Geronimo Stilton, ci scrive sul diario di volo. E così gli angeli diventano un po' come Babbo Natale, una scusa in più per parlare di noi, di quello che più desideriamo. Sì perchè i bambini la sanno lunga in fatto di desideri. Loro lo sanno, che per farli vivere, crescere, realizzare, li devi nominare spesso. La loro possibilità di sopravvivenza è direttamente proporzionale al numero delle volte che viene nominato. Altro che quelle stupide fesserie da adulti scaramantici, che dicono che porta male nominare le cose. Io, come angelo, non sono per niente d'accordo. Non nascondiamo i nostri sogni.

Quando un sogno viene nominato con la bocca, automaticamente è anche il cuore che lo invoca. Non a caso, quando cogli all'improvviso una persona chiedendogli un desiderio questa subito va a investigare i pensieri vicini al suo cuore: “desidero un po' di pace per tutte le persone” (Remo Labarca), “che la pace sia nel mondo” (Amin), “vedere più onestà in giro, più correttezza tra le persone” (gestore ristorante via Cantore), “vivere felice con la mia famiglia” (Midi).

Altri, forse meno abituati a usare il cuore in situazioni di questo tipo, ti confidano un desiderio più vicino al cervello, ai bisogni immediati: che faccia caldo, che arrivi l'autobus.

C'è chi invece riesce a fare una mediazione tra cuore e cervello, tra anima e corpo, forse perchè ha sempre in mente il suo desiderio, lo porta con sé quando esce di casa la mattina e lo mette sotto il cuscino quando va a dormire la sera: “vorrei avere un'attività mia, un'impresa di pulizie in Val d'Aosta, possibilmente vicino a S.Nicola” (Danilo). “Mi sono posto una piccola sfida e vorrei riuscirci” (Mimmo). “Vorrei trovare un po' di tranquillità” (Sole). Questi sogni sono di una lucidità che mi commuove, poiché sono la prova che ancora esistono persone che vivono per i propri sogni. Ciò non è scontato.

Ma abbiamo anche trovato persone stupite alla nostra richiesta: un sogno? “Mmmmhhh, fatemi pensare...no, il sogno è una cosa egoista”, dice uno. “Non saprei, così su due piedi...”, dice l'altro. Tanti pensano sia una cosa da bambini, che quando sei adulto devi smetterla con certe cavolate, che la vita è fatta di responsabilità, non di sogni. Allora li aiutiamo e iniziamo con desideri più concreti, più tangibili: “cosa vorresti che cambiasse in Genova?”, “che fosse più pulita (mamma di Luna, potrebbe mettersi d'accordo con il ragazzo che vuole aprire l'impresa di pulizie, magari i loro desideri si incontrano)”, “che scendessero i prezzi della frutta e della verdura” (Renzo). É già un inizio.

Ci chiedono se, in quanto angeli, facciamo realizzare i sogni. Un po' dispiaciuti gli rispondiamo che no, purtroppo non abbiamo questo potere. O per fortuna? Ti immagini come sarebbe la vita se i tuoi sogni li esaudisse qualcun'altro e non proprio tu? La cosa più intima, più nostra, più vera, data in appalto a qualcun'altro, incaricato, magari a pagamento, per realizzare i tuoi sogni? A me non piacerebbe.
Noi non li realizziamo ma gli diamo un'eco, li facciamo risuonare, dalla tua bocca alle nostre, si crea così una vibrazione nell'aria, che irrimediabilmente smuove atomi di ossigeno, e di idrogeno, che urtano muri e persone, che si fermano, come quando ti fischiano le orecchie, o ti prude il ginocchio. Chissà, forse hai urtato un sogno. E allora, secondo la teoria del battito di ali di una farfalla quella voce, che ti sembrava una cosa priva di valore, smuove una serie di circostanze che...chissà. E' già un inizio.

Baliani dice che sono necessarie tre cose per realizzare un sogno: crederci, cercare e essere capaci di illudersi, oltre la misura a cui siamo abituati nei nostro razionale scorrere giornaliero. Questo è molto più di un inizio.

Dispiace trovare qualcuno il cui desiderio sia “che Genova venga rasa al suolo e riscostruita, specialmente il centro storico”. Ma ogni sogno ha la sua dignità, il suo valore, poiché esprime un'emozione, tradisce una ferita, rivela uno stato dell'anima. Magda dice l'amore, ma ce lo scrive in polacco con una lunga frase, che riassunta vuol dire l'amore. “Vorrei che non ci fossero frontiere, e che tutti cambino, che tutti avessero timore di Dio, perchè solo con la paura la gente smetterà di fare cose brutte”. Ogni sogno rivela una paura, una strada presa, un'illuminazione avuta. Ogni sogno rivela altri sogni, infranti o abbandonati.

Un ragazzo indiano, che lavora alle giostre, vorrebbe tornare in India. Nella sua lingua, in Indi, angelo si dice pari, che assomiglia a paria, gli intoccabili, quelli che sono rimasti fuori dalle caste, dalle classi, dai gruppi di cittadini, dall'umanità. I lavoratori delle giostre sono un po' così, esclusi, passano per tutte le città e a nessuna mai apparterranno. Se non fosse che hai un cugino qui e lo vai a trovare (come è successo al ragazzo che abbiamo incontrato), e ti senti che qualcosa ti lega a questa città. Gli angeli sono come i paria, che non appartengono, che incarnano la libertà assoluta, che non giudicano, i sogni se li prendono in toto, senza dire bah!

Ripartire dalle relazioni, dalle parole, dall'amore, quello semplice che si racchiude in una sola parola. Ripartire dalla non appartenenza, dalla libertà, dall'illusione. E diventare degli acchiappasogni, che si muovono al vento, irrequieti e curiosi. É già un inizio. Un gran bell'inizio.

AngelStep

Insegui il tuo sogno Rasselma

Notte di incontri magici a Principe. Un venerdì sera con tanti altri.

Alla stazione trovi sempre lo stesso andirivieni di macchine e gente: c'è chi transita come una preposizione di moto a luogo o di moto da luogo, e c'è chi invece si trova in una condizione di stato in luogo.

Chi cerca, chi trova, chi ha smesso di cercare perchè non ha mai trovato, si è stancato, semplicemente si è seduto, e si è messo a guardare gli altri che cercavano, e ha iniziato a cercare dentro gli altri qualcosa che aveva perso dentro di sé.

Iniziamo dalle persone in transito, più facile; puoi anche permetterti di rimetterci la faccia, una di quelle che magari neanche ti appartiene del tutto. Arriva l'autobus e...via, volatilizzati.

Altra faccenda è gestire quelli che passano un ora a cercare qualcosa da te: attenzione, presenza, rabbia. Quelli che si erano seduti, si alzano e vengono verso di noi, a scambiare due chiacchiere, che, come tutti sappiamo, sono più di zero. È già qualcosa. Ma se ne vanno comunque, con la notte che li riavvolge come inghiottendoli in un passaggio a un'altra dimensione.

Chissà cosa c'è in quella dimensione.

Ma torniamo al transito. Chissà dove va quella famigliola con due bimbi piccoli, che ci guardano incuriositi, vorrebbero sapere, ma non osano. Ci avviciniamo con delicatezza, leggeri come angeli. Tutti quattro sembrano chiusi da un involucro infrangibile che li protegge dal mondo esterno. Ma, allora, c'è bisogno di difese? Da cosa? E se davvero ce n'è bisogno, le parole lanciate nei brevi istanti di convivenza alla fermata cosa raprresentano? Una difesa? Un attacco? Non c'è miglior difesa dell'attacco...

...e allora veniamo attaccati da Rasselma, ragzzina, staniera. Ci chiede chi siamo, e ce lo chiede attaccandoci con la bocca e difendendosi con gli occhi, che timidi si abbassano a cercare inutili particolari nel selciato. “Siamo alla ricerca delle storie disperse dentro gli oggetti che qualcuno ha perso o abbandonato.” diciamo noi. E allora nasce una bellissima storia, di un fermacapelli trovato da angelSarah: una ragazza di nome Silvia, parla al telefono col suo fidanzato, o meglio, il suo ex, è in stato confusionale, agitata, gelosa. Abbandona quel fermaglio, come le chiudeva i capelli, adesso lei vuole chiudere con lui.
Rasselma è incuriosita. Vuole sapere di più, di noi. “Sapete cosa fate a capodanno? Cosa avete fatto quest'estate? Avete fatto dei viaggi all'estero?” Le raccontiamo di noi sul bus, ci chiede di accompagnarla, ma non per paura, solo per piacere.
Rasselma è nata in Italia, da genitori bosniaci. É stata al suo paese una volta sola, qualche anno fa, ci chiede se è vero che la Bosnia sta entrando nella Comunità Europea. Rasselma è stretta tra due paesi, stretta dentro relazioni familiari talmente strette che creano un terzo paese. Forse è una zingarella, forse non ha diritto a essere totalmente italiana, ne totalmente bosniaca, ma sì ha il diritto di sognare, e stanotte lo fa con noi. Vorrebbe andare in Brasile. Basta chiudere gli occhi e aprire le ali. E subito stiamo volando attraverso l'oceano per arrivare là. Ciao Rasselma, insegui i tuoi sogni. Ovunque.

Mentre giochiamo con altri ragazzi con i nostri oggetti smarriti arriva un messaggio dalla mamma di angelSarah: la foto di un paio di occhiali, persi dieci giorni prima. Attaccato agli occhiali c'è un bigliettino con scritto: “ti siamo mancati?”.

Siamo sempre un po' tristi quando perdiamo qualcosa. Chè sia di valore economico o meno, ci manca. É un facile concetto logico, non essendoci più ci manca. Poi dimentichiamo, rimuoviamo il ricordo, e tutto torna alla normalità. Sempre? Quando perdiamo qualcosa che ci apparteneva profondamente è difficile tornare alla normalità. Perdere i sogni per esempio è una di queste cose. Come è possibile tornare alla normalità quando perdi una cosa così intima e profonda? E infatti quando perdiamo i sogni perdiamo il nostro bambino interno. Dimentichiamo, semplicemente, perchè così è più semplice, crescere.

Isaac vorrebbe essere un calciatore. È venuto dal Ghana pochi mesi fa. Italiano pessimo, parliamo in un inglese stentato. Non sa l'italiano ma già sa che vorrebbe essere un calciatore della Sampdoria. Il miracolo dell'integrazione, Isaac è qua da poco ma è già coinvolto dalle passioni genovesi. Che fortuna. Ma l'italiano? E il Ghana? Chissà, forse più in là.

Forse più in là ripenserò a quando ero bambino, e sognavo di essere felice. Ma per adesso cerco di non perdere quell'autobus, è più importante. È l'ultimo, sennò poi, come ci torno a casa?

Chi abbandona la sua casa, chi non ci torna, forse si è distratto ripensando ai suoi sogni? Ma allora l'autobus lo ha perso o lo ha preso?

A voi l'ardua questione. Ci rivediamo presto, alla fermata. Ci fermeremo aspettando che vi fermiate anche voi.

Angel Step

mercoledì 24 novembre 2010

Report di MariAngela

Prima uscita da titolare, sola soletta con l’angelo Massi. Fermate di Sanpiardarena e Principe, due angeli e due fermate. A quanto pare stasera gli angeli scarseggiano più del solito, e noi poveri superstiti non abbiamo purtroppo ancora ricevuto il dono dell’ubiquità: quindi è in agenda un trasferimento alla fermata di Principe a metà serata.
Arriviamo alla postazione, solita calma piatta. Posso permettermi di dirlo anch’io visto che ho fatto proprio qua uno dei miei voli prova.
Non è che sia proprio in forma. Da un po’ di tempo a questa parte soffro di cervicale (meno male che ho 23 anni!) e i dolori non aiutano affatto … ma a che serve starci a pensare?
Una volta che metti le ali devi volare e basta!Non c’è tempo per i miei piccoli e grandi problemi e nemmeno per le angeliche domande esistenziali “che tipo di angelo sono?” “cosa posso fare?”
Ali o non ali devo prima di tutto continuare a essere me stessa, e forse posso addirittura riuscire ad esserlo in maniera più radicale di tutto il resto della settimana perché come mi fa osservare un ragazzo che aspetta alla fermata “un po’ angelo devi esserlo sul serio per poter fare questo lavoro”.
E poi che dire delle innumerevoli sorprese che un paio d’ali e un semplice sorriso sono capaci di svelare?
Il meglio del meglio arriva quando smetto davvero di pensare alle mie cose e la mia vita per quelle tre ore diventa proprio quella fermata dell’autobus e il suo andirivieni. Per la gente sono l’angelo, quella che chiacchiera, ascolta, fa ridere e aiuta in caso di necessità. Ormai quasi tutti mi conoscono, se non proprio me personalmente sanno perlomeno perché indosso un paio di ali, e generalmente sono la benvenuta sia a terra che sul bus.
Ma chi sono io ai miei occhi? Alla fine di ogni uscita mi rendo conto di come tutto quello che do mi venga in qualche modo corrisposto e di come dentro di me si sia aggiunto un pezzettino ancora. Torno a casa sfinita, ma SONO sempre più di quello che ero prima del volo.

MariANGELA

mercoledì 17 novembre 2010

Smarrire il desiderio

Stanotte un volo ad alta intensità emotiva. Stanotte qualcuno aspettava un angelo. Per rischiarare un'esistenza ferita, nuvole dense e nere che coprivano il cielo.

Il cielo era spento, solo le luci della stazione, Brignole. Figure isolate increspavano il piattume di questo mare di noia e indifferenza. Come sempre abbiamo cercato di smuovere qualche onda. Come sempre abbiamo lanciato sassi nello stagno per creare cerchi concentrici di emozioni e comunicazione.

Qualcuno ha colto il nostro desiderio, e l'ha unito al suo. E il gioco è fatto.

Ci fermiamo per lungo tempo a parlare con Giorgio. Mezza età, una vita passata al fianco degli altri, un educatore. Una vita passata col solo riconoscimento degli occhi delle persone incontrate sul luogo di lavoro. E non sempre: Giorgio ha lavorato con i malati psichiatrici. Come aspettarsi un riconoscimento da chi non riconosce se stesso? Da chi non sa neppure di essere al mondo. O forse lo sa, ma preferirebbe non esserlo.
Giorgio ci racconta un po' della sua vita, ci dona i suoi momenti più profondi, forse perchè da solo non ce la fa a reggerli, forse perchè riconosce in noi dei colleghi...educatori? No, esseri umani. Ma gli altri chi sono? Forse degli zombie che si muovono per il mondo senza nemmeno rendersi conto di non essere soli, forse non sanno come fare ad arrivare agli altri senza perdere pezzi importanti di se stessi.
Giorgio ci racconta di quando ha abbracciato sua moglie per la prima volta. Ha sentito la bambina che c'era dentro di lei. Si ricorda della prima volta che ha fatto all'amore con lei, e ci usa come cassa di risonanza per innalzare questo ricordo fino al paradiso. Lei è morta. Lui non l'ha mai richiamata indietro, l'ha lasciata andare. L'ha lasciata libera, come lei aveva fatto con lui. “Ho bisogno di qualcuno che mi lasci libero di essere quello che sono”, le aveva detto. “Io questo posso farlo” gli aveva risposto lei, e i loro desideri si erano incontrati.

Da un po' di tempo il mio desiderio è trovare storie smarrite alle fermate del bus. Questa settimana ne ho trovate due davvero originali.

Il nostro cappello ha finalmente trovato una storia magica. Apparteneva a un pirata dei giorni nostri. Un giorno ha deciso di cambiare vita, di non farsi più trovare. È sbarcato a Genova e aveva con sé solo il cappello, a ricordo della sua vecchia vita. Ha trovato una foglia d'oro caduta da un albero molto particolare. Da lì ha capito che non solo il mare ma anche la terra era magica (Ema).

Cambiare il punto di vista per ritrovare il significato, per ritrovarsi. E voi? Quando sbarcherete su una nuova terra non abbandonate il vostro cappello, la vostra storia è la cosa più preziosa, è il vostro Io più profondo, non abbandonatela.

Durante un festival in Estonia si sono incontrati due amici. Il cane di uno dei due ha rubato il cappello dell'altro e lo ha portato sul furgone del suo padroncino, che senza saperlo è partito per il Marocco. Durante il viaggio ha scoperto il cappello, e una gran nostalgia dell'amico lo ha colto. Lo voleva rivedere, e sapeva che abitava a Roma. Allora è andato fuori dalla biblioteca centrale di Roma e ha messo il cappello su una palma: il suo amico sarebbe passato di là, lo avrebbe visto e i due amici si sarebbero ritrovati. Può essere che si ritroveranno, e andranno insieme in Marocco, o forse no...chi vivrà vedrà. (Julia)

Avete bisogno di una scusa per cercare un vecchio amico? Ve ne suggerisco una...gli volete bene ed è una parte importante della vostra anima.

Ho chiesto alle persone incontrate quale fosse la cosa più importante che il mondo gli aveva lasciato in eredità quando sono nati.

La natura, gli animali, e gli amici (pochi ma...) (Marco).
Me stessa (Francesca).
La magia (Bruna).
La musica (Ema).
La forza dell'amore e la motivazione per metterla in azione (Ema...sempre lui, mitico).

Insomma, seguire il desiderio che abbiamo smarrito, “devi centrarti e centrare l'altro”, perchè tutto nasce da noi ma senza gli altri i nostri desideri resteranno come oasi nel deserto. No man's is an island...

Ciao angioletti, sogni d'oro, cambiate punto di vista, e desiderate ardentemente...cosa? Quello lo scoprirete strada facendo, intanto preparate lo zaino e...buon viaggio.

AngelStep

lunedì 18 ottobre 2010

Angeli Smarriti: Terzo atto

Lo scorso venerdì il gran consiglio degli angeli ci manda in avanscoperta alla stazione di Principe. Si vocifera che là parecchie persone si smarriscano, si perdano nella ricerca di un soffio di felicità. Chi meglio degli angeli smarriti può risolvere questo problema?

Il vento soffiava forte, le nostre ali di plastica anche. I baveri si alzano, le persone con le braccia conserte guardano ansiosamente il tabellone luminoso degli autobus, che puntualmente non passano all'ora stabilita. Forse anche loro si perdono ogni tanto.

Questa sera la nostra principale missione era ritrovare la storia di un cappello. Sembrava uno di quei cappelli da turista alpitour, di quelli che ti danno in omaggio le agenzie di viaggio insieme al porta biglietto e alla penna. E in effetti molte persone, vedendomelo indossare, riconoscevano in me la tipica figura di un turista, all'apparenza peruviano, che per colpa del solito vento genovese lo ha perso per le vie della città, probabilmente mentre andava al salone nautico. Secondo un'altra persona il turista doveva essere tedesco, e probabilmente era di ritorno dalle Cinque Terre. Reo dello smarrimento il solito colpo di vento. Altro parere quello di un signore, secondo cui il cappello apparteneva a una turista americana, che risiedeva all'hotel Nuovo Nord; viaggiava sola, e sola voleva restare. Cambiano le provenienze dei nostri turisti, ma la colpa è sempre e solo del solito vento.

Ma la serata in particolare ha portato a galla un animo thriller, quasi poliziesco. La parrucca bionda riccia che portiamo con noi l'avrebbe persa un rapinatore nella fuga dalla polizia, probabilmente lo stesso rapinatore che ha perso il set di cucchiai decorati, in finto argento. Insomma, un ladro un po' pasticcione.
Ma il vero mistero sarebbe il rapimento compiuto da Indiana Jones ai danni di uno sconosciuto, il quale avrebbe perso il cappello durante l'aggressione. Ripensando ai film di Indiana Jones posso immaginare che la persona rapita fosse un rivale nella ricerca di qualche strano cimelio archeologico, forse I nostri stessi cucchiai. Comunque una cosa è certa: qualcosa di prezioso era stato perso.

Sì, qualcosa di prezioso che viene perso. Ogni giorno succede. Ma la cosa più triste, dice un signore del sud, è che “si perdano I valori, non si comunica più e non ci si conosce più, perchè si vive sempre in casa. I giovani sembrano morti, e poi sfogano la rabbia tutta insieme.”

Ma nonostante pessimismi e colpi di vento siamo felici. Anche stasera tante persone hanno deciso di aiutarci nel nostro difficile compito. Anche stasera per noi e altre persone aspettare l'autobus non è stato così noioso. Anche stasera abbiamo ritrovato dei sorrisi che si erano persi sul freddo marciapiede di Principe.

E poi il nostro cagnolino Ciok ha trovato una nuova casa, una nuova storia. Dopo aver scoperto che era stato buttato da una bambina dopo che si era mangiata tutti I cioccolatini che conteneva, un signore e un ragazzo in viaggio verso Napoli hanno deciso di tenerlo, per dargli un'altra possibilità di essere amato, per regalargli un'altra storia. Perchè la gente di Napoli è diversa dagli Americani; “quelli mangiano tutto e poi buttano quello che non possono mangiare. Fanno così anche con le donne, le usano e poi le iettano, a Napoli no! Siamo calienti, scaldiamo, ma non bruciamo!” Simmo Napuli paisà, aggiungerei...

E così, tra veli di tulle rosa persi da fantomatiche danzatrici del ventre, tra oggetti persi da un'anziana signora dalla valigia mentre stava scappando da casa, tra il solito ventaglio buttato per rinnovo locali, tra bulloni provenienti da Sant'Arcangelo a bordo di una nave, tra bici rubate (questo è vero, rubata una bici nera e bianca con scritta rossa rock rider 5.0), ce ne torniamo a casa, contenti degli incontri, delle strette di mano, e dei bei complimenti.

In fondo per incontrarsi basta poco. “Se troviamo angeli che sono falsi angeli, succede o' casino, se invece troviamo angeli come voi, pure noi diventiamo angeli”. Violenza genera violenza, ma amore genera amore? Secondo noi sì.

AngelStep

Angeli Smarriti: Secondo atto

Eccoci ancora qua, due angeli smarriti per le vie di Genova....o meglio per le fermate...

La fermata di via Cantore, diversamente da quella di Principe, è un flusso costante, quasi inafferrabile di viandanti, persi nella notte genovese, alla ricerca di serate emozionanti, o semplicemente invisibili silhouettes che scivolano sulla via di casa dopo lunghe giornate di lavoro. Questo rende via Cantore diversa da Principe, dove non è difficile incontrare gente che ha perso la via di casa, e alla fermata ci passa delle ore, diventando nostri compagni per serate intere. Sì perchè, nonostante l'apparenza, Principe accoglie, include, contrariamente a via Cantore, inospitale per eccellenza, senza mezza panchina per chi, stanco di aspettare, vorrebbe sedersi a guardare le macchine sfrecciare. Dopo tutto Principe è stata costruita su un lago bonificato, e chi non ama sedersi sulle rive di un lago a veder passare barche disperse nella brezza serale?

Con il nostro solito fardello di oggetti smarriti ci siamo messi all'opera, per ricostruirne le vite, le storie, prima che vengano irrimediabilmente dimenticate, per ricucire strappi nell'ordito del tempo. Stavolta avevamo un bellissimo ventaglio gigante, verde smeraldo, con un disegno alquanto esotico. Ci chiedevamo chi potesse aver abbandonato quell'oggetto così ricco di rimandi ancestrali, animali selvatici, fanciulle seminude che fanno il bagno e una strana figura di uomo appeso a un ramo che osserva la scena (secondo una ragazza era un capo che controllava le sue damigelle, secondo un gruppo di ragazzi indiani assomigliava alla figura di Lord Krishna). Siamo giunti alla conclusione che qualcuno doveva averlo smarrito. Di tutt'altro parere erano le persone alle quali abbiamo chiesto aiuto: secondo loro era semplicemente un oggetto abbandonato da qualcuno che voleva rinnovare il proprio arredamento, sperando forse di rinnovare così anche la propria vita. Forse, dice un'altra ragazza, apparteneva a quella signora di Sirmione, sul lago di Garda, che aveva una magnifica collezzione di ventagli, distribuiti sui due piani di casa sua. Chissà che fine avrà fatto quella stupenda collezzione...si tratta forse di una diaspora dei ventagli?

Ma la nostra missione non è stata risolta, e così il ventaglio smarrito viaggia ancora con noi, angeli smarriti.

Un'altra storia è andata invece a buon fine. L'orsacchiotto che era con noi ha ritrovato il suo amico, un ragazzo di una ventina d'anni. Ci dice che l'orsacchiotto si chiama Ansioso, e che lo aveva regalato alla sua ragazza, la quale, però, dopo un litigio glielo aveva lanciato contro, sostituendolo ai consueti e più costosi piatti che si lanciano generalmente in questi frangenti. Glielo affidiamo, ci promette di riportarlo alla sua legittima proprietaria, dopo aver fatto pace. Se lo mette nel giubbotto, con gesto paterno, e se ne va. Dentro di noi auguriamo buon viaggio ad Ansioso, sperando di non incontrarlo più, e vorrà dire che l'amore in quella strana coppia avrà trionfato.

Tra I soliti distratti che perdono portafogli, documenti, cellulari e mazzi di chiavi, una ragazza ci parla, con tristezza delle foto della sua infanzia, perdute durante un trasloco, scivolate verso l'oblio. Ma nella sua testa ancora conserva il ricordo di quelle immagini, di quei momenti. Quelli sono difficili da perdere...

Poi arriva un terzetto di ragazzi semisbronzi. Giochiamo con loro, prima che loro inizino a giocare con noi. Un due tre stella! Ci divertiamo insieme, si crea un piccolo clima di fiducia, così uno dei tre, approfittando di un attimo di distrazione del resto del branco, ci confida che la sera prima ha perso...la verginità...”era una ragazza di marciapiede, e non ha avuto nessun significato. È difficile trovare una ragazza leale, onesta, che ti dica le cose come stanno”. Li salutiamo col sorriso, la loro serata è ancora lunga.

Anche la nostra.

Un signore ci confida che non ha mai perso niente, in realtà avrebbe voluto perdere la moglie, ma visto che il suo desiderio non si stava realizzando, gli è toccato mollarla...Aiutati che il ciel ti aiuta.

Anche un altro signore arabo dice di non aver mai perso niente di importante. Parliamo a lungo con lui, e quando gli chiediamo dei suoi sogni, della sua infanzia dice di ricordarsi di quando correva e giocava scalzo con gli altri bambini...ricordi belli ma frammentati. Tra di noi pensiamo che allora qualcosa di importante lo ha perso, I suoi ricordi sono sepolti sotto le macerie di una vita lunga e vagabonda, vita di viaggi e rinascite, separazioni e speranze. Migrare. Ha un bel sorriso in bocca. Ci mette di buon umore.

Arriva anche per noi il momento di rientrare. Nel viaggio di ritorno penso ai sogni raccolti durante la serata, chi sogna la rivoluzione, chi di volare sulle città e sui monti, chi sogna soldi, chi sogna che finisca l'ipocrisia in questo mondo corrotto e chi, in modo nichilista, sogna che un maremoto innondi la terra e spazzi via tutto.

Io sogno di tornare bambino e di trovare, come la ragazza di inizio serata, un container pieno zeppo di giocattoli e fumetti che qualcuno, inavvertitamente, aveva smarrito in un bosco.

Buona notte e un augurio, di smarrirvi nei vostri sogni notturni, e di portarli con voi, al risveglio, cullati dalla luce del mattino.

AngelStep

venerdì 1 ottobre 2010

Angeli smarriti

Sotto un acquazzone torrenziale ci siamo smarriti.
La fermata pullulava di persone che avevano perso la speranza di tornare a casa asciutti. Mai vista una fermata tanto popolata!

E cosi siamo andati alla ricerca di storie, scoprendo che le persone perdono tante cose, dalle più banali, come telefono o portafogli, ma che perdono anche cose più importanti.

Una ragazzina dice di aver perso il sorriso, ma le nostre ali ne fanno emergere un altro, magari solo temporaneo, ma pur sempre solare. Ci racconta di quando ha perso il suo orsacchiotto Ippo, che aveva da quando era piccola, e poi si è smarrito, non si sa come, forse è solo partito per trovare altri bimbi da far crescere, educandoli alla tenerezza e alle coccole. E anche di quando ne ha trovato uno fuori dalla porta di casa, probabilmente qualcuno glielo aveva affidato, non potendo più occuparsene, come in quei film tristi, in cui la mamma abbandona il figlio fuori dalla porta di qualche ricco, sperando di dargli una nuova e migliore vita. Comunque le auguriamo di ritrovare il più bello dei sorrisi, quello che risplende negli occhi e illumina lo spazio intorno.

Un ragazzo ha attirato la nostra attenzione, e invidia: indossava un k-way, di quelli anni 80. Ci confida che era un oggetto che ha fin da quando era ragazzino, e che ora gli va un po' stretto, perchè con il passare del tempo anche la pancia aumenta, come gli anelli degli alberi, che testimoniano il passare degli anni. Nella giacca è iscritto il ricordo, dentro a un semplice oggetto si annidano storie dimenticate. Ci dice di aver perso la giovinezza.

Un ragazzo marocchino che studia all'Università, ha perso tutte le cose di valore, dal computer, al passaporto. Ma non gli importa nulla, perchè sono tutte cose che può rifare e ricomprare, mentre Dio e se stesso non glieli può togliere nessuno.

Un'altra storia emerge, da un gioco semplice e leggero, emerge poichè aveva bisogno di emergere, di venire a galla, per farsi sentire, per essere condivisa. Andrea, papà colombiano ha perso la sua bimba, di 3 anni. Un anno e mezzo fa la madre se l'è portata via, in Bolivia, falsificando delle firme, sparendo nel nulla da un giorno all'altro. Andrea ora cerca distrazioni nel lavoro, e ogni tanto vaga, smarrito, per le vie di Genova, con gli occhi gonfi di lacrime e vedendo la sua bimba ovunque, in tutte le carrozzine. Andrea ha lo sguardo triste di chi ha perso una cosa importante.

Altre persone ci raccontano le loro storie, di quello che hanno trovato, come quella ragazza che ha trovato un preziosissimo fermacavi, dentro a una agenzia di viaggi abbandonata da tre anni, nella quale si è intrufolata furtivamente con un amica.

Altre ancora ci aiutano a ricostruire le storie degli oggetti smarriti che abbiamo con noi, ci aiutano nella nostra missione, riportare a casa gli oggetti smarriti, ritrovare le loro storie smarrite.

E così, tra chi ha perso un portafogli con 100 mila euro, chi ha perso l'autobus, tra persone perse e persone che si sono ritrovate dopo aver perso degli oggetti, noi due angeli smarriti ritroviamo la via di casa, contenti di aver trovato, sotto una fermata alluvionata, tante storie che rischiavano di perdersi per sempre.

AngelStep

venerdì 28 maggio 2010

"Il bicchiere dell'addio"

Sabato 15 Maggio 2010
Genova.
Ebbene sì, di nuovo qui,
in missione di nuovo sotto la Lanterna,
ma stavolta senza Angel Mir, il mio capo,
rimasto a Bologna con tutti gli altri tranne uno,
Angelo 1B, per capirci..
quello con cui ho condiviso più missioni
per poi approdare insieme alla corte
e sotto gli ordini del nostro Angelo Mir;
per capirci ancora di più...
io e Angelo 1B ci conosciamo
e ci intendiamo così a meraviglia
che voliamo ad occhi chiusi.
Quindi eccoci qui,
dopo averla sorvolata un pò,
è vero, la adoro,
mi piace anche adesso,
a parte alcune cose,
una su tutte...
la sopraelevata tra il centro storico e il mare,
una delle vostre opere che chiamo... Ecomostro,
mi manca la vista del mare infinito dai vicoli più bassi.
Siamo accolti non più da tanti Aspiranti Angeli,
ma da un Gruppo di Angeli,
la prima Assemblea e in pieno centro,
spettacolo.
Tutti in cerchio, se ne chiude uno e se ne apre un altro,
ora c'è la squadra,
ultime indicazioni e consigli,
definizione ulteriore e dettagliata degli obiettivi,
attuali e futuri,
fissare la filosofia condivisa,
due parole con ognuno di loro
e tagliare il cordone...
Buona Missione e Buon Volo.
Salutiamo tutti e ci rilassiamo a casa,
la solita dimora gentilmente offerta da uno di voi,
sì un Umano,
artista della ricerca del movimento corporeo
e attore e regista nell'applicarla al teatro,
grazie ancora per l'ospitalità.
Lo so, non ci servirebbe una casa,
ma sono curioso, come dite voi, fino al midollo,
e per capire meglio una città e un popolo
la via migliore è stare dove e con chi l'abita.
Relax terminato, si esce...
ora inizia la parte più divertente...
l'invisibilità visibile.
Ali nascoste,
ci vestiremo e comporteremo come voi,
mangeremo e passeggeremo come voi,
prenderemo l'autobus come voi,
poi però, solo noi,
andremo alle fermate e osserveremo i nuovi Angeli,
soli e autonomi,
in mezzo a voi.
Sampierdarena.
Arriviamo e vediamo il primo Angelo con una rosa rossa,
dico "Bella Idea" pensando al personaggio,
"Me l'ha regalata un signore" mi risponde...
e sorride.
Il sorriso, quello che cerco sempre nel scegliere i Pennuti,
l'arma più efficace per entrare in contatto con voi...
un arma tutta vostra che voi ogni tanto dimenticate;
può risultare stonante la parola arma,
ma così l'ha definita un altro umano genovese
di nome Sanguineti che ha regalato concetti
e arte con le parole, tra cui:
"far ridere è un arma di potere"
a voi interpretarlo.
Poi il regalo in diretta...
un ragazzo avvolto dalla musica delle sue cuffie,
oggetto che, per scelta, isola e quindi difficilmente sociale,
ma le loro ali non sono invisibili e neppure i loro sorrisi,
incuriosito se le toglie, chiede, ride,
li prende in giro con maestria,
l'altro Angelo barbuto e capellone non perde l'occasione
e risponde a tono
creando un bel siparietto comico,
e, prima di salire sull'autobus,
il ragazzo ringrazia
e gli da il suo personalissimo benvenuto in città,
alla prossima.
Due chiacchere e poi autobus,
Stazione Principe.
Li vediamo, sotto la pensilina,
gente di passaggio,
pochi li evitano, alcuni li osservano,
ma molti vengono attratti da questi sorrisi alati e gratuiti,
il risultato è sempre lo stesso,
si ride e si sorride,
semplice no?
Bravi anche a loro.
Autobus.
La situazione è stimolante,
in mezzo a voi...
visibilmente invisibili,
applichiamo in modo estremo uno dei vostri mali,
l'indifferenza...
e con questa ci godiamo voi tutti,
come quei 5 ragazzi,
con il cervello ancora in piena evoluzione,
completamente schiavi dei loro corpi invasi dagli ormoni,
approdati in circolo da pochi anni
e quindi carichi come molle impazzite.
Stazione Brignole.
Grande e dispersiva,
poche persone sparse in un mare di fermate,
ci offre le chiacchere di un filosofo,
non so quanto consapevole,
ma decisamente interessante;
l'Angelo seppur giovane,
mostra attitudine nell'ascoltare, interagire
e regalare a questo Umano 15 minuti di socialità...
senza fini, se non quello di comunicare e confrontarsi,
il dialogo, la culla della socialità,
antidoto e antitetico della cosa peggiore che avete creato
e che continuate a fare...
la Guerra.
A piedi ci dirigiamo in Piazza De Ferrari,
ultima fermata e ritrovo per tutti;
ci troviamo gli ultimi due,
in realtà uno dei due è il sostituto di un altro,
uscito di scena anticipatamente, come da programma.
Sono tutti euforici della nuova missione,
dell'impatto con la gente,
di come gli Umani Genovesi li hanno accolti
e di tutto ciò che ne consegue.
Come voi tutti,
chiudiamo la serata nei vicoli con una birra;
è vero, a noi Angeli non è concesso di provare i vostri umani piaceri, tra cui il gusto di questo liquido giallo e schiumoso che unisce il mondo,
ma vedersi così integrati,
in mezzo a voi,
beh... la birra... ha un sapore cerebrale buonissimo!
Non più aspiranti, ma ormai colleghi,
ci salutiamo "sollevando il bicchiere dell'addio",
quell'atmosfera unica di amici che si salutano consapevoli che un tempo è finito e ne inizia un altro.
Ci si vede in volo...
che sia sopra le Due Torri,
che sia sopra la Lanterna
o chissà dove...
ormai la Mission Impossible è chiara...
colonizzare ogni città che ha delle fermate,
e come mi disse una volta Angelo Zac,
colonizzare le città come i piccioni,
ma molti di più e decisamente molto più puliti,
oserei dire candidi, angelici.
Pace a voi tutti, cari Esseri Umani.
Angelo Flo

mercoledì 19 maggio 2010

AngelStep su Piazza De Ferrari 14 Maggio

Quella sera gran gioia, scoprire di essere stato promosso angelo rallegra e da lo stimolo per immaginare future discese celestiali tra le umane sofferenze...vediamo cosa riuscirò a immaginare, a donare, a condividere.
Vediamo cosa riceverò; perchè sento che uno degli aspetti che mi hanno fatto star meglio durante I voli di prova è stato di aver sentito che stavo ricevendo un gran regalo...la gente mi regalava le sue storie!! E ho pensato: cavolo di sti tempi, dove ognuno è chiuso dentro a un suo mondo di incomunicabilità, dove filtri, muri, schermi protettivi sono la consuetudine che ci divide, soprattutto nelle città, luoghi che si popolano al loro intrno di non luoghi, di straniamento e alienazione.
E volando scopri che la grande città, quella immaginata dal bambino piero pelù tanti anni fa, è un conglomerato di parti che non comunicano più, come se si fosse persa la capacità stessa del comunicare, perchè dal fuori arrivano dei comunicatori di professione (tv, pubblicità, ecc) che disabituano noi altri poveri mortali a comunicare, ci rendono ricettori passivi di tonnellate di chili di informazioni, sapientemente selezionate per scopi di cui è meglio non indagare ora.
E così le persone, tirando le somme, sono sole, nessuno a cui rccontare le tue sfortune, che ti è morto il padre, che hai perso il lavoro, che un amico ti ha tradito...che ti si è rotta un'unghia...e quel paio d'ali, amici miei, ti da il permesso, il lasciapassare, il passepartout per entrare in queste vite, che non è che siano peggiori di altri tempi o altri luoghi, è che non vanno in circolo, poichè la circolazione è bloccata.
Problemi di circolazione? Gli angeli sciolgono I grumi dell'umana indifferenza, e, quasi per magia (non lo chiamo miracolo che già qualcuno si pensa che siamo di una qualche setta strana...) le storie prendono vita, fluiscono.

AngelStep

Primi voli di AngelStep

I primi voli...e chi se li scorderà? Chi si scorderà la fantastica sensazione di poter avvicinare uno sconosciuto e scambiare delle chiacchiere totalmente gratuite? Le ali mi han dato un lasciapassare per entrare nella sfera di intimità delle persone, per condividere le loro storie, mi hanno permesso di essere coinvolto emotivamente dalle loro emozioni. Bello quando qualcuno ti racconta una storia, e incredibile come si crea legame quando la storia è quella personale, carica di pathos e sguardi nell'indietro.

Avevo scordato questa sensazione, già provata in passato, ed è stato bello ritrovarla, per le strade di Genova. Mi ha spiazzato il fatto che alcune non vedevano l'ora di avere un angelo tra i piedi a cui raccontare le proprie sfortune, le giornate, le vite. Gente sola in una città sorda o bisogno di portare le proprie emozioni al di fuori delle cerchie affettive? Boh, comunque sia è stato bello.

Subito mi sono immaginato mille possibilità per queste nuove ali che mi ritrovavo sulla schiena. Il volo...osservare dall'alto le persone, le loro espressioni, come vivono questi non-luoghi che sono le fermate dell'autobus, quali relazioni vigono in questi spazi de-spazializzati, uno studio sociologico è d'obbligo. Differenze nel modo di vivere questi luoghi, nei motivi del passagio da queste zone d'ombra, a seconda della provenienza geografica, dell'età, dell'umore contingente...no no troppe variabili, niente studio sociologico, meglio valutare di volta in volta, raccogliere attraverso il volo le storie, una per una, troppo preziose per essere inserite in statistiche e dati quantitativi.

Ecco, forse ho trovato il mio personaggio, un raccoglitore di storie, mi piacerebbe molto anche se ancora non so come fare, e mi piacerebbe raccoglierle e poi restituirle...il come solo il tempo lo dirà.

Per il momento solo una soffice sensazione di gioia per questa esperienza, un regalo di cui ho dubitato finchè non l'ho aperto...


Grazie angeli


AngelStep